
Al buio delle 2.30 i fiori bianchi dell’oleandro (ammesso e non concesso che proprio di oleandro si tratti)si crogiolano molli nell’aria immobile e piacevolmente fredda. La città è muta. Solo, talvolta, qualche sporadico motore in corsa spezza il silenzio benefico della notte; un cane abbaia; lontano, gorgheggia spavaldo il canto d’un gallo. Alle 2.30 del mattino..?
In fondo al cortiletto bello, un lampione. Attorno alla sua luce mesta tre pipistrelli isterici si cimentano in acrobazie folli, in cerca d’un pasto ronzante nel fioco giallume. Dietro al lampione un muro bianco. Nient’altro. Solo il silenzio.Ecco, guardando quel lampione e la relativa concatenazione di vita-e-morte che gli vortica intorno già mi sembra d’esser laggiù. E lo so bene che vivrò la stessa sensazione una volta là. E che rivedrò questa notte come autentico deja vu. Quasi sento odore di curry e smog e gelsomino e sporcizia. Quasi. Perché non è necessario percorrere centinaia di chilometri per Viaggiare, a volte: lo si può fare anche stando immobili, affacciati ad una finestra nel nero della notte. Come ora.
E tu dormi.
Il gatto bianco gironzola sui tetti, sentendosi non visto. Se ne sta quieto e tranquillo su quel tetto adorno di bianco oleandro, godendosi la sua totale libertà felina concessagli dal mero istinto. Lo ripeto ogni volta: Dio, quanto vorrei essere gatto! E vivere la mia vita d’istinti, senza neanche la benché minima preoccupazione per il tempo che vola e che va. Senza possibilità di scelta. Senza desiderare altro se non l’essere gatto. Senza mirare ad essere migliore, senza timore di diventar peggiore. Perché non esistono gatti buoni e gatti cattivi. Ma solo gatti. Stupidi gatti. Spinti da quel salvifico istinto.
E di colpo gli occhi mi si riempiono di pianto muto e stanco. E la corona di spine affonda sempre più nella carne del mio cranio sanguinante, mai sazia del dolore che mi infligge. Il lampione con i suoi isterici avventori è sempre lì e il suo alone di luce smorto illumina appena le persiane chiuse dei palazzi, le quali, sacrileghe, celano alla mia vista opaca le indecenze della vita.
Ma tu dormi. E inizi a sognare.
Suonano le 3.00 nella mia splendida notte amara. Quest’assenza pressoché totale di suoni massaggia, sensuale, l’anima spenta e i nervi vibranti. E tragedia e magia e paura e nostalgia si intrecciano furiose nell’amplesso notturno d’uno spirito inquieto che supplica, implora, anèla pietà. Pietà!
Tu dormi! Non ascoltare, per ora, il mio lamento. Non seguirmi nel mio calvario. Non assistere al mio dolore.
Quella croce è lì per me. Riuscirò un giorno a liberarmi di quei chiodi dai palmi squarciati senza cedere all’infido richiamo dell’ego, eppure accarezzandolo fiera?Suonano le 3.00 nella notte catarticamente truce e quieta. Il gatto bianco si acciambella tronfio su una tegola del tetto: l’istinto gli suggerisce di dormire un po’. Farò lo stesso anch’io. Non che mi importi particolarmente di dormire, questa notte. Ma in fondo di oggi ho già vissuto abbastanza, affacciata alla finestra. Il lampione è sempre lì, fermo e immobile, perno indiscusso nell’ingranaggio fine d’un microcosmo sensato e crudele di vita-e-morte che attorno gli ruota. Ho visto abbastanza. Buona notte.

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