...What I cannot say...

venerdì 9 novembre 2007

Venticinque


L'avevo immaginato almeno un milione di volte.

E come tutti i momenti che s'attendono con ansia, anche quello pareva non arrivare mai.
Mai, davvero.

Nemmeno il Fiume riusciva a distogliere l'attenzione dal tanto atteso Ritorno.


Eterne giornate, notti angosciose, mattine deboli.


Quasi ogni sera mi sedevo sui gradoni, anche solo per qualche istante, ad osservare.

I sadhu che pregavano. I bimbi (che splendore quei bimbi!) che vendevano le candeline dagli effetti portentosi (a detta loro...). I turisti che zampettavano come grilli per non finire nei rigagnoli verdastri o, peggio ancora, nell'acqua (sarà anche sacra, ma non è di certo invitante!). I curiosi che sarebbero stati ore a fissarti senza trovar mai il coraggio di rivolgerti la parola. Le capre trotterellanti, i cani uggiolanti, le vacche caracollanti.

Su e giù, su e giù per i ghat.


La Ganga cullava molle la malinconia con materna premura, e solo accanto a Lei, a tratti, riuscivo a sentirmi quasi serena. E in pace.

"Ganga, la gente si bagna nelle tue acque trovando conforto e speranza. E tu, ogni giorno, ascolti le loro preghiere. Ti prego, ascolta anche la mia..."

Ho comprato diverse candeline da quei gagni vestiti di stracci, le ho accese e ho lasciato che la corrente le portasse via.

"Vedrai, il tuo desiderio si avvererà! Mata Ganga realizza i desideri di tutti i fedeli!" ripeteva entusiasta (più per il piccolo guadagno che per altro) la minuscola bimbetta in un inglese migliore del mio.


L'avevo immaginato almeno un milione di volte.

Ma era sempre troppo lontano, e non arrivava mai.


L'aria era proprio come l'avevo prevista: gelida e umida. Una tortura per me.

Abituata com'ero all'afa indiana, quella giacca nera certo non mi copriva abbastanza.

Il lampione era sempre lo stesso. Immobile e pallido.

Faceva un freddo schifoso, e io tremavo dalla testa ai piedi.


Ma non credo per il freddo.


Eccoci.

Suono il campanello.

Torno alla macchina, come se l'allontanarsi anche solo di qualche metro acuisse la sofferenza degli ultimi istanti. E io volevo sentirlo tutto, quel patimento.

Attendo.


Si spalanca la porta in ferro con il solito rumore.

Uno, due, tre, ...cinque, ...dieci. Venticinque passi.

Venticinque passi.


Prima esce la gattina, che sembra aver capito già tutto.

E poi.

E poi.


E poi finalmente capisco che tutte le bellezze del mondo stavano semplicemente tra quelle braccia.


Mata Ganga aveva ascoltato anche la mia piccola preghiera.













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